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Eutanasia e suicidio

26 Febbraio 2026 by

gianluigi costa

Una riflessione spirituale sul karma e sull’evoluzione dell’anima

Oggi voglio affrontare un tema delicato, profondo, e so già che per qualcuno potrà risultare scomodo. Parlo del concetto di eutanasia e di suicidio, soprattutto alla luce di alcune notizie che stanno circolando in questi giorni sui media, come il caso delle gemelle Kestler, di cui si parla tra suicidio assistito e versioni contrastanti sui fatti.

Non mi interessa entrare nel gossip o nella narrativa mediatica.
Mi interessa, invece, guardare la questione da un punto di vista spirituale.


Lo Stato e il “diritto” di aiutare a morire

Parto da una posizione chiara: non voglio giudicare le scelte personali.
Ogni essere umano è libero di fare ciò che vuole della propria vita. E ogni scelta ha un suo karma.

Il punto che considero profondamente problematico è un altro: quando è lo Stato ad arrogarsi il diritto di accompagnare una persona verso la morte.

In molti Paesi occidentali, oggi, non si parla più solo di malattie terminali con sofferenze estreme, ma anche di giovani in stati depressivi gravi che possono accedere a procedure di suicidio assistito.

Da un punto di vista spirituale, questo è un abominio.
Non uso questa parola a caso.


Karma e malattia: una visione evolutiva

Cosa insegnano i Maestri sul suicidio e sull’eutanasia?

Partiamo dal concetto di karma, che ho spiegato in altri miei contenuti: il karma non è una punizione. Non è una condanna. È una legge universale di causa-effetto con una funzione esclusivamente evolutiva.

Se vivo un malessere fisico o psicologico, quella esperienza — per quanto dolorosa — è parte del mio percorso evolutivo.

La malattia, da una visione olistica e psicospirituale, non è un incidente casuale. È l’espressione di dinamiche interiori, di conflitti, di modalità dell’essere che chiedono trasformazione.

Interrompere quell’esperienza significa interrompere un processo evolutivo.


Eutanasia e suicidio: cambia il nome, non la sostanza

Possiamo usare parole diverse — eutanasia, suicidio assistito, fine vita — ma la sostanza è la stessa: si tratta di un’interruzione artificiale di un processo che, naturalmente, avrebbe un suo corso.

Se una persona sta vivendo una determinata esperienza karmica — che sia una malattia fisica o una sofferenza psicologica — quell’esperienza ha uno scopo evolutivo.

Cosa accade se la interrompiamo?

Secondo l’insegnamento spirituale, quell’esperienza si ripresenterà nella successiva incarnazione. Perché ciò che non viene compreso e trasformato, si ripete.

E allora quello che può sembrare un atto di compassione — “ti libero dalla sofferenza” — in realtà, da una prospettiva karmica, diventa un rimandare il lavoro evolutivo.

Non è un giudizio morale. È una lettura spirituale della Legge di Evoluzione.


Attenzione: non confondiamo eutanasia e accanimento terapeutico

C’è però una distinzione fondamentale da fare.

Staccare un macchinario che mantiene artificialmente in vita una persona che, senza quel supporto, sarebbe già morta, non è eutanasia. È evitare l’accanimento terapeutico.

L’accanimento terapeutico è l’arroganza dell’uomo che vuole sostituirsi al Divino, forzando la permanenza della vita oltre il suo naturale compimento.

Quello non è rispetto della vita. È controllo.

Ma dall’altra parte non è nemmeno corretto anticipare volontariamente la fine di un percorso che ha ancora una funzione evolutiva.

Le due estremità — prolungare artificialmente e interrompere artificialmente — sono entrambe distorsioni dell’ordine naturale.


Il caso delle gemelle Kessler

Che le gemelle abbiano scelto autonomamente il suicidio o siano state assistite in questo percorso, dal punto di vista karmico cambia poco.

La scelta di interrompere la propria esperienza evolutiva, qualunque ne sia la forma, non è funzionale alla crescita dell’anima.

Questo è ciò che insegnano i Maestri.

Non sto condannando persone.
Non sto giudicando il loro dolore.

Sto parlando di una legge universale che opera indipendentemente dalle nostre opinioni.


Una riflessione finale

Viviamo in un’epoca in cui si parla molto di diritti, di libertà individuale, di autodeterminazione. Tutto giusto.

Ma la libertà spirituale non è fare ciò che vogliamo per evitare il dolore.
È attraversare l’esperienza, comprenderla, trasformarla.

Il dolore non è il nemico.
È un maestro.

E interrompere la lezione non significa averla superata.

Mi fermo qui.
Spero di aver espresso il concetto in modo chiaro e rispettoso per tutti.

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